ARTICOLI

SPECIALE - L'attuale crisi economica.

Cav. Lav.Prof. Giancarlo Elia Valori

16 Febbraio 2012

 

La crisi economica globale che stiamo vivendo si è manifestata con una virulenza inusitata in tutto il mondo occidentale e comincia anche a lambire, sia tramite la diminuzione dell’interscambio commerciale sia per gli effetti specificamente monetari e finanziari, la Cina e il resto dei BRICs, Brasile, Russia, India e Cina, appunto. Ma sarebbe un errore pensare che l’attuale congiuntura sia una crisi solo finanziaria, occorre tenere bene in mente che, oggi, stiamo vivendo la fine di un intero sistema economico, il capitalismo come lo abbiamo conosciuto negli anni dell’interventismo keynesiano e dei “trenta gloriosi” dal 1945 al 1973, ma anche la fine del capitalismo come si è configurato dopo le scelte neoliberiste di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan. Anche in Italia, dobbiamo ripensare, nell’ordine, sia la struttura dell’industria pubblica che la logica del “piccolo è bello”, per usare la formula dell’economista eterodosso Schumacher, e quindi dei distretti industriali e dell’ormai ben noto “popolo” delle partite IVA. Niente sarà come prima, dopo che la crisi avrà ridisegnato la distribuzione mondiale del lavoro e la nuova rete delle garanzie finanziarie per gli scambi globali. L’Italia ha liberalizzato male e poco, e lo ha fatto nelle more della crisi finale della cosiddetta “prima repubblica”. Una liberalizzazione a metà per una rivoluzione politica a metà. Il sistema rappresentativo, dopo la fine della guerra fredda che, come amava ripetere Francesco Cossiga, era davvero il campanello d’allarme per l’Italia, si è riposizionato intorno alle privatizzazioni di alcuni semimonopoli, che hanno rifornito di mezzi parte della nuova classe politica, e ha cominciato una lenta opera di territorializzazione della politica, di ricostruzione identitaria intorno alle piccole patrie regionali, locali, di distretto. Il Nord Ovest, area di elezione per le seconde lavorazioni tedesche, è stato abbandonato da Berlino per il suo nuovo territorio dell’Est uscito dalla fine del Patto di Varsavia, e l’area centrale del Paese, la zona appenninica, ha ricostruito intorno ai suoi distretti tradizionali la sopravvivenza economica di un Welfare regionale spesso di buon livello ma decisamente troppo costoso. Il Meridione è divenuto una economia di sostituzione: laddove vi era la rete delle imprese pubbliche e delle aziende generate dalla Cassa per il Mezzogiorno, è arrivata l’economia criminale, che è ormai intorno al 6% del PIL nazionale. La Piccola e Media Impresa, con una somma di aziende di 4,2 milioni, e una quota del 70,8 del PIL nazionale prodotto, è l’asse del sistema economico nazionale, ma sarà proprio questo comparto a subire le trasformazioni più profonde da parte della crisi in atto. Intanto, la sottocapitalizzazione: gran parte delle imprese italiane ha liquidità scarsa, anche per le normali attività di esercizio, e se è pur vero che Basilea 2 ha reso possibile il ricorso anche per le PMI al mercato obbligazionario, è peraltro vero che la stessa normativa della Banca dei Regolamenti Internazionali, fondata, lo ricordiamo, per gestire il Piano Dawes per le riparazioni della Germania dopo la sua sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, rende decisamente più complesso, quando non impossibile, il ricorso al credito bancario di rischio per le PMI italiane. Soluzioni possibili? Costringere le grandi aziende, cattive pagatrici verso i loro fornitori, a velocizzare trasferimenti, mentre lo Stato, con la normativa recentissima del governo Monti sul pagamento in titoli del debito pubblico ai suoi creditori, sta andando nella giusta direzione. Ma, finora, in Italia non abbiamo letto bene le coordinate geopolitiche della crisi finanziaria mondiale. La Cina manterrà il suo renmimbi sopravvalutato rispetto al Dollaro USA e allo stesso Euro, per acquisire indirettamente liquidità dai trasferimenti commerciali, liquidità che servirà a Pechino per trasformarsi dalla “manifattura del mondo”, come l’ha definita Henry Kissinger, alla “società armoniosa” che la nuova dirigenza post Hu Jintao sta organizzando per mantenere al potere il PCC ed evitare lo scoppio delle tradizionali contraddizioni della Cina: lo scontro tra città e campagna, le tensioni etniche, la frattura strutturale tra industrie che operano per il mercato interno e quelle export-oriented. La Cina utilizzerà il suo protezionismo finanziario e la sua massa di capitali in eccesso per divenire non solo la “manifattura del mondo”, ma per posizionarsi nei settori a più elevata tecnologie e maggiore valore aggiunto. La Federazione Russa utilizzerà, dopo il parziale fallimento della sua “corsa alla Siberia”, il suo leverage sul petrolio e il gas naturale per uscire dal “sistema economico dei petroli” che proprio Putin, in una sua tesi universitaria del 1999 sull’uso strategico degli idrocarburi per la ricostruzione economica della Russia aveva teorizzato come asse portante del suo potere. I nuovi capitali, che arriveranno a Mosca saranno correlati al prezzo OPEC del petrolio e del gas, il prezzo ottimo più alto sul mercato, per assorbire liquidità dalla UE e dagli altri consumatori di gas e petrolio russi. Medvedev ha ripetuto anche recentemente che vuole che Mosca entri nel cartello degli idrocarburi con sede a Vienna. Gli USA esporteranno parte della loro inflazione da quantitative easing in Europa e nei nuovi paesi con i quali Washington entrerà in contatto positivo, soprattutto dopo la “primavera araba”. I paesi del Maghreb che si sono liberati dai vecchi dittatori avranno tutta l’intenzione di trasformare la loro economia in una serie di filiere produttive spesso simili a quelle del nostro Paese, e questo sarà un problema per le nostre PMI e non solo nel Meridione. L’UE vivrà la sua crisi finanziaria creando un linkage con i mercati finanziari USA e britannici, che accetteranno di sostenere il corso dell’Euro se e solo se le economie europee saranno omogenee a quelle USA, e adotteranno criteri fiscali e finanziari simili a quelli nei quali i mercati speculativi operano da sempre, quelli anglosassoni. Una Europa sempre meno potente, sempre meno autonoma, sempre meno ricca, e questo riguarderà in futuro anche la “locomotiva tedesca”. E l’Italia? I problemi li vediamo tutti. Ritengo però che ci sia, da un lato, un eccesso di pessimismo e dall’altro permanga il mito dello stellone italico, ovvero, in termini economici, della unicità del sistema produttivo nazionale. E’ vero che noi siamo il primo produttore di beni di lusso, che il Made in Italy è in espansione in tutto il mondo, ma è anche vero che la quota di tutte le nostre esportazioni è in calo costante da due anni, e questo prima o poi, grazie anche alla crisi economica globale, influenzerà anche il nostro Made in Italy. Poi, vi è anche un’altra questione da affrontare: la tecnologia e il valore del lavoro. Ci stiamo inserendo sempre di più in settori produttivi a basso valore aggiunto, in cui l’unica soluzione, per far sopravvivere l’azienda, è quella di comprimere fino ad oltre il sopportabile il costo del lavoro e se i salari sono spesso intollerabilmente bassi, quando ci sono, come si svilupperà il mercato interno, che è il vero polmone di una economia moderna? E se non avremo un mercato interno degno di questo nome, come si manterrà quel welfare familiare e informale che finora ha sostituito spesso uno Stato che si ritraeva dall’assistenza e dagli investimenti sociali per il mantenimento al livello standard della forza-lavoro? Ecco altri due problemi che avremo in Italia nella fase cruciale della crisi e in quella di lenta ripresa. Personalmente, ritengo che la definizione di una nuova Bretton Woods, un sistema di rapporti con scarse oscillazioni tra le principali valute mondiali, sarebbe una delle soluzioni-chiave per uscire dalla attuale crisi di liquidità. Ma come si fa, oggi, ad ancorare all’oro, come era ai tempi di Bretton Woods, il Dollaro definendo poi parità fisse tra le altre monete e la divisa USA? Il “feticcio barbarico” dell’oro, come lo chiamava Keynes, non è più agibile. Allora si potrebbe pensare di seguire il consiglio dell’attuale governatore della banca di emissione cinese, che ha proposto un sistema di valute-base a parità fisse, sul quale poi definire le lievi bande di oscillazione delle valute minori. Bene, ma gli accordi monetari globali si fanno dopo che si è definita una nuova divisione internazionale del lavoro, mai prima. E l’Italia, cosa potrebbe divenire nella nuova divisione internazionale del lavoro che si va prefigurando? Nella migliore delle ipotesi, si potrebbe pensare ad una nuova rete di distretti industriali, magari più interconnessi tra di loro, che viene sorretta da una rete di imprese globali che penetrano i mercati con prodotti innovativi non solo nell’immagine e nel valore immateriale, ma anche nella tecnologia. Se si vuole sviluppo, come tutti oggi dicono, stiamo parlando di un altro termine per la tecnologia innovativa, che moltiplica il valore del lavoro e, soprattutto,non permette ad altri di imitare i nostri prodotti. Nella peggiore delle ipotesi, avremo una economia dove i vecchi distretti perdono rilievo e quote di mercato, con un impoverimento di massa che non permetterà di riversare nel mercato interno la sovrapproduzione relativa dei distretti ancora attivi nell’export. Crisi dei redditi, crisi fiscale dello stato, default non dell’Euro, ma dei prodotti italiani denominati in Euro, il “progetto napoleonico” di una Europa nella quale la concorrenza tra i Paesi che la compongono aumenterà, fino a superare quella che si verificava prima dell’adozione della moneta unica. Sul piano politico, è bene forse stabilire un concetto di fondo: il regionalismo o il federalismo non sono necessariamente la formula ottimale per una economia diffusa come quella italiana dove, casomai, occorrono reti finanziarie e di protezione non tariffaria dei nostri prodotti almeno a livello nazionale, visto che la nostra concorrenza si chiamerà Cina, Brasile, India, Federazione Russa, Maghreb, e queste sono aree che potrebbero spazzar via un distretto federalizzato come un fuscello. Più Stato e più mercato, quindi, e soprattutto uno Stato che si occupa di protezione non tariffaria con la stessa durezza con cui la fanno i russi, i giapponesi, i cinesi, gli USA. Il mercato-mondo esiste, ma proprio per questo esistono sistemi di protezione invisibile dei prodotti che i nostri concorrenti usano, eccome, e noi non applichiamo, o per liberismo libresco e ingenuo, o per la solita credenza nello “stellone” italico, il che è spesso lo stesso. Uno Stato forte e nuovo che posizione i suoi “gioielli” produttivi nei settori più vitali del mercato-mondo, e una rete di autonomie locali che, invece di far giocare i rappresentanti comunali o regionali ai parlamentari nazionali, più o meno come i bambini giocano al dottore, gestiscono quello che il territorio è inutile che trasferisca al Centro: istruzione professionale (accede già oggi, ma il settore dovrebbe essere potenziato) reti di welfare locale, alcuni settori della sanità, soprattutto quella riferita al lavoro, le piccole infrastrutture. Il problema è che la classe politica locale e nazionale non solo deve costare di meno ma deve in termini assoluti costare poco, anzi pochissimo. L’intermediazione politica dell’economia, sia essa svolta sul “territorio” o a Roma, è sempre e comunque un male. E occorre evitare, come è accaduto recentemente con la riforma del titolo V della Costituzione sulle autonomie regionali, di creare doppioni inutili tra Roma e le capitali delle periferie, che spesso periferie non lo sono affatto. Il “costo della politica” non è solo un gravissimo problema morale, è uno dei principali blocchi allo sviluppo economico e alla più equa distribuzione di risorse di welfare ormai strutturalmente scarse. Ma, se è pure vero che non si può chiedere al tacchino la ricetta del Thanksgiving, è anche vero che, senza una durissima e rapida riduzione di almeno il 50% del “costo della politica” non avremo alcuna possibilità di risalire la china della crisi economica globale. Come fare? Intanto, e il sistema è andato avanti dagli anni ’90 quando di fatto è nato, occorre potenziare il rilievo locale delle varie Authorities, permettendo ad esse di operare direttamente sul territorio dei distretti produttivi. Poi, a mali estremi, estremi rimedi: la vecchia “Banca per il Sud”, una idea di Giulio Tremonti, era giusta. Occorre un sistema finanziario che opera, fuori dai canali del normale credito bancario, sui territori a più alto rischio di desertificazione produttiva. Ma perché solo una banca? Si potrebbe pensare ad un Fondo Speciale per i Distretti Produttivi” che lavora il credito, con criteri di rischio moderni e non con la solita fideiussione immobiliare, per dare alle imprese ormai escluse dal giro bancario un nuovo polmone finanziario. A questo si potrebbe aggiungere un nuovo ruolo dell’Ufficio Brevetti, che potrebbe anche indicare, per sezioni e per tipologie aziendali, le nuove tecnologie alle aziende, che potrebbero sperimentarle in vivo, ferma restando l’attuale normativa sulla proprietà intellettuale. E si potrebbe perfino immaginare un sistema universitario, senza troppe burocrazie vecchie e nuove, che va a “vendere” le nuove tecnologie al sistema delle imprese, magari accontentandosi di qualche borsa di studio o di una nuova biblioteca in più. Insomma, se la necessità aguzza l’ingegno, sarà bene che in questo frangente non la classe politica, ormai irrilevante sul piano propositivo, ma gli stessi cittadini e le imprese si inventino nuove vie di uscita dalla crisi. Ma la classe politica non è solo un costo e un impedimento, è anche un sistema di potere che deforma la distribuzione delle risorse. Se infatti non è ovviamente possibile uscire dal sistema rappresentativo, ci mancherebbe altro, è anche vero che, oggi, siamo passati dalla vecchia idea del “parlamento in Commissione”, come la chiamava Costantino Mortati, alla crisi strutturale della rappresentanza, che è insieme troppo generica, inefficiente, e soprattutto scientificamente e tecnicamente inadatta a risolvere i problemi dell’attuale mercato-mondo e della crisi economica italiana. Trasferire semplicemente poteri dal Centro alla Periferia non risolve il problema, indipendentemente dalla valutazione sulla qualità media delle rappresentanze locali. Sostituirla con una tecnocrazia può essere solo un espediente temporaneo, come sta accadendo oggi nel nostro Paese, perché, proprio in quanto le trasformazioni in atto sono profonde e strutturali, occorre l’accordo e il sostegno dei governati, di tutti i cittadini. La Rete potrebbe essere una soluzione: non per mobilitare masse giovanili giustamente arrabbiate, talvolta, per il futuro nero che si prospetta di fronte a loro, ma per comunicare in tempo reale tra Centro e tutte le periferie dei cittadini e degli imprenditori, che potrebbero discutere on line le loro richieste, le loro modifiche ai decreti, le loro proposte. Dalla protesta del web alla proposta che viaggia in rete. Una serie di fora nazionali porterebbero a unità le richieste e i consigli. Ma, se parliamo di web e di politica, parliamo di cultura. Oggi, in Italia, la cultura giace moribonda. Polarizzata tra una piccola élite ormai globalizzata, anche grazie al web, e una massa sempre più vasta di persone che ormai digeriscono faticosamente gli scampoli di una pop culture tra le più volgari e sbracate d’Europa, e non solo. Stiamo parlando di quello che i classici della politica chiamavano “lo spirito pubblico”, non del sistema scolastico e universitario, di cui tratteremo in seguito. La tanto maltrattata e spesso diffamata RAI di Ettore Bernabei ha fatto di più, per elevare le masse, di quanto non abbia fatto la Legge Casati sull’obbligo scolastico elementare dal 1860 ad oggi. Perché qui non si trattava solo di saper leggere scrivere e “far di conto”, si trattava, dopo l’Antirisorgimento del ventennio fascista e i pericoli di omologazione consumistica all’americana, di nazionalizzare le masse all’interno di una democrazia. Oggi abbiamo lo stesso problema, aggravato dal fatto che non abbiamo a che fare con le tabule rasae dei contadini aretini o degli operai lombardi, ma con il cattivo riempimento che è stato compiuto in questi anni dei crani del popolo, crani che vanno faticosamente svuotati di una cultura di massa che li imbarbarisce (e li impoverisce) e riempiti nuovamente di materiale di buona fattura: i classici della letteratura, i fondamenti della storia nazionale europea, perfino la storia dell’arte, che,in un paese come l’Italia che detiene oltre il 70% dei beni artistici e monumentali del mondo, è pochissimo conosciuta dalle masse. Pedagogizzare i mass-media, si può far divertire la gente con Rossini molto più che annoiarla con l’ennesimo e ripetitivo gioco a quiz. E, sena questa ripedagogizzazione delle masse, non avremo forza-lavoro adatta al nuovo sistema produttivo che verrà dopo la crisi, che sarà più tecnologico, più in rete, più adattativo di quelli che abbiamo conosciuto fino ad ora. E qui veniamo alla questione della scuola e dell’università. Diciamolo chiaramente: le richieste da parte dell’UE di aumentare progressivamente ilnumero degli anni di studio obbligatorio, i calcoli sui laureati delle università italiane in percentuale con quelli tedeschi o britannici, come se fossero pelati di pomodoro di cui si deve solo “espandere la produzione”, hanno causato danni incalcolabili al sistema formativo nazionale. Governare è pre-vedere: chi non sa leggere le “ombre del domani”, come le chiamava lo storico olandese Huzinga, non deve e non può gestire la cosa pubblica sia a livello nazionale che sul piano locale. Qualità e non quantità dell’istruzione, selezione e valorizzazione, anche salariale, degli insegnanti che rimarranno nel circuito scolastico, mantenimento strenuo dei nostri punti di eccezione: il Liceo Classico, che non deve sciogliersi in un generico corso di studi secondari, e di quello Scientifico, che deve divenire l’asse della cultura italiana dell’innovazione. Meno scuole, ma migliori, meno ma meglio, e mi scuso se cito qui implicitamente Lenin. Espansione visibile dell’istruzione tecnica, che non è la scuola di quelli che non possono andare allo Scientifico, ma la palestra dei nuovi imprenditori e tecnici dell’Italia futura. Da questo punto di vista, sarebbe bene che almeno una parte dell’autonomia regionale e provinciale sulle scuole tecniche fosse temporaneamente revocata. La scuola deve essere altro dalla società, non deve rispecchiarla, perché deve casomai rispecchiare la società di domani, e questo implica la rinobilitazione dei contenuti culturali e scolastici classici: la matematica oltre la “comunicazione”, il latino oltre “l’impegno”, vecchia chiacchiera di Sartre per giustificare il suo eccessivo ruolo nel dibattito francese dell’epoca. La scuola non è un modo per far sembrare una parte dei giovani “studenti” nelle statistiche, quando invece dovrebbero più correttamente chiamarsi “disoccupati”, ma è l’unico modo che ha l’Italia per ripartire con una forza-lavoro qualificata. Se poi gli imprenditori comprassero meno calciatori e finanziassero di più le scuole, sarebbe ottima cosa. Mussolini, che poco conosceva, malgrado tutto, gli italiani, si meravigliò quando vide i numeri di massa delle Opere del Dopolavoro. Ecco, occorre evitare che l’Italia mantenga la sua caratteristica di “divertimentificio” ossessivo, di cultura in cui il gioco e lo svago dettano la linea alla serietà della vita e degli studi. Per l’università, occorrerebbe essere ancora più duri di quanto ho pensato per la scuola inferiore e superiore. Troppe università delocalizzate, come se fossero fabbriche di perlinato, quattro sanatorie che hanno immesso in ruolo, dal 1980 in poi, masse di docenti poco o per niente qualificati, un corrispettivo scadimento del valore oggettivo, e non legale, della laurea, la necessità di promuovere corsi di dottorato che sfiancano finanziariamente le famiglie e non permettono una valutazione oggettiva della loro qualità e della efficacia dei loro titoli sul mercato. Di meno ma meglio, anche qui. E, soprattutto, numero chiuso per tutte le facoltà, con esami all’entrata, e definizione di un numero massimo di anni per la permanenza dello studente nel corso di studi. Poi, occorrerà anche qui favorire le facoltà scientifiche, oggi sovradimensionate, anche se talvolta di ottimo livello, e permettere la loro espansione a scapito di corsi di studio dai titoli spesso improbabili. Non ci deve essere mai, nemmeno nelle facoltà umanistiche, una netta divisione tra studio e lavoro. Il letterato faccia anche il giornalista, mentre studia, il fisico del plasma vada nelle aziende, mentre si occupa dei suoi esami. E’ così che si permetterà al mercato di “sentire” l’offerta di laureati senza basarsi sul semplice diploma di laurea, e di pesare fino in fondo qualità e quantità del sistema universitario, che deve essere flessibile, perché la cultura e la scienza contemporanea sono interconnesse a livelli mai raggiunti prima, e l’Intelligenza Artificiale, per esempio, gioca ormai con la filosofia, mentre la letteratura più innovativa si incontra con la necessità di studiare l’antropologia culturale. Se faremo una buona integrazione tra imprese e università, potremo anche far pesare meno tutta la rete della formazione alle famiglie, allo Stato o ai rarissimi “prestiti d’onore”. I mass-media sono un altro problema per la modernizzazione dell’Italia, che va affrontata proprio dentro l’attuale crisi economica. La TV è una industria “matura”: si trasformerà, come è accaduto per la telefonia portatile, secondo i criteri della “convergenza” tecnologica e di prodotto. Internet, TV, formazione, divertimento, aggiornamento politico e culturale, saranno tutti unificati in un solo vettore tecnologico, di cui occorrerà garantire il libero accesso a tutti. Servirà una nuova regolazione della pubblicità via web, per certi aspetti simile alle normative che, all’epoca, limitarono ma migliorarono la pubblicità della TV. E, soprattutto, servirà una nuona distribuzione dei prodotti ad alta tecnologia informatica e web, che dovranno essere user-friendly non solo per i ragazzini che “smanettano” sulla rete, ma anche per gli anziani, i portatori di handicap, le persone a basso livello di formazione culturale. Democratizzare il web sarà una delle grandi sfide italiane del futuro. Poi, occorrerà pensare anche alla sanità. Troppo costosa, troppo poco meritocratica, e in cui il divario Nord-Sud è più drammaticamente sentito. Finora, il trasferimento delle questioni sanitarie alle regioni non ha dato i frutti sperati e non mi riferisco alle, peraltro numerose, questioni giudiziarie che sono insorte in questi ultimi anni. Il doppione tra sanità pubblica e cliniche private va risolto una volta per tutte: alle cliniche private tutte e solo le funzioni che, oggettivamente, la rete ospedaliera pubblica non sa o non può fare, e al pubblico, finanziato non solo con i trasferimenti dal Centro ma anche con una rete di fondazioni che permettano un buon trattamento fiscale per chi vi investa, e non la pallida legislazione sulle ONLUS. Nella sanità è il luogo elettivo del Terzo Settore e del volontariato, che dovrebbe riguardare non solo il paramedico o l’assistenza, ma anche la terapia. Per finanziare la sanità, che con l’aumento dell’età media della popolazione è destinata a lievitare nei costi, indipendentemente dai “tagli” attuali, si potrebbero prendere i soldi dove ci sono, nel settore finanziario, con una “tassa di scopo” specificamente mirata a rendere sostenibili i costi della salute presente e futura. Per terminare questo discorso, dovrei parlare, e non è possibile non farlo, della criminalità organizzata e della sua sempre maggiore presa nella società e nell’economia italiana. E’ anche questo, insieme al “costo della politica” uno dei veri problemi di fondo del nostro Paese. D’altra parte, ben prima della caduta del Muro di Berlino, la globalizzazione era iniziata dal crimine organizzato, anche nella vecchia URSS. La geopolitica del crimine è ormai uno dei fattori chiave della divisione internazionale del lavoro: le miniere di coltan africane, un elemento essenziale per la costruzione dei “telefonini”, subiscono già l’interesse “forzato” di alcune ‘ndrine della Calabria, le reti petrolifere africane sono spesso infestate, come in Nigeria, dalle bande criminali locali, la stessa rete dell’oppio afghano è uno dei grandi vettori della liquidità “nera” internazionale, via Iran e Turchia. La repressione è fondamentale, e le forze dell’ordine sono state e saranno all’altezza di questo gravosissimo impegno. Ma non basta: occorre una operazione che eviti che il crimine economico divenga una “economia di sostituzione” per un sistema bancario legale spesso inefficiente, o che si sostituisca all’economia “bianca” e legale che è costretta a chiudere. La massificazione del crimine, che già è visibile in alcune aree del nostro Meridione, è un pericolo mortale per tutta l’Italia. L’uscita politica di questa criminalizzazione dei territori più economicamente deboli sarà, con ogni probabilità, quella che avvenne al tempo del bandito Salvatore Giuliano e del suo EVIS, l’esercito per l’indipendenza della Sicilia. L’eccessio di regionalizzazione potrebbe portare alla creazione, e non solo al Sud, di veri e propri mafia states molto simili a quello creato da Salinas de Gortari nel Messico tra il 1988 e il 1994. E, allora, anche per l’Italia del Centro e del Nord, peraltro già penetrate dalle reti del riciclaggio dei fondi “neri”, non ci sarebbe salvezza. Rimane il progetto di Ugo la Malfa, siciliano e uomo europeo, di “afferrarci con forza alle Alpi”, e di creare, nel Mediterraneo, una piattaforma politica e economica che veda il nostro Paese al centro, come peraltro è una evidenza anche della geografia. Una politica estera e militare decisa, che gioca d’attacco, che sa che i nostri interessi sono ormai fino ai confini dell’Asia Centrale e nell’Africa sub sahariana, “solo in Oriente rimane qualcosa da fare”, come diceva Napoleone.