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Il Mediterraneo è storia, cultura, turismo...ma soprattutto un ambiente da tutelare.

On. Avv. Alfonso Pecoraro Scanio

22 Luglio 2011

Il primo contributo per un "atlante economico" non posso che dedicarlo al mare ed in particolare al Mediterraneo.
La  prima norma che feci approvare da ministro dell'Ambiente nel 2006 fu l'aggiunta della tutela del mare alla denominazione del dicastero.
Non era solo un problema nominalistico. L'Italia vive il paradosso di essere un Paese di mare non solo geograficamente ma anche come  storia e tradizione, eppure manca di una politica mediterranea degna di nota.

La salvaguardia del Mediterraneo è essenziale, non solo per l'ambiente e la vita, ma anche per quel turismo che, seppur trascurato, resta per il nostro Paese una delle principali attività economiche.
Stiamo parlando di un mare quasi chiuso con coste sovrappopolate e un traffico navale record.
La presenza  di catrame pelagico nel Mediterraneo  raggiunge la massima concentrazione al mondo.
La pesca intensiva praticata, perfino da supernavi asiatiche (le cosiddette fattorie galleggianti) sta decretando l'estinzione del tonno rosso e un grave depauperamento del patrimonio ittico.
La rete, pur cresciuta, di aree marine protette, la Convenzione di Barcellona, l'azione dell'ONU attraverso l’Unep-map e quella di altre realtà europee ed internazionali da sole non bastano.
Basta pensare al paradosso delle trivellazioni petrolifere di cui si registra un'escalation di richieste e autorizzazioni soprattutto per quelle esplorative e di ricerca nonostante l'allarme seguito al disastro del Golfo del Messico.
Eppure le convenzioni internazionali nelle profondità del "Mare Nostrum" vietano per esigenza di tutela ambientale la pesca ma non le trivelle: una palese contraddizione!
Pochi calcolano il valore dell'economia turistica del Mediterraneo, una delle aree più visitate del Pianeta, ma anche ecologicamente una delle più delicate e stressate.
I possibili danni ecologici ed economici della mancata azione di tutela dei nostro mare potrebbero essere incalcolabili.
Occorre agire per modificare le abitudini dei cittadini e creare consapevolezza ambientale anche tra le imprese turistiche.

Proprio il 20 luglio a San Benedetto del Tronto ho lanciato la campagna nazionale "Mediterraneo da remare" per promuovere l'uso delle canoe e l'abbandono degli acquascooter .
L'iniziativa, lanciata dalla Fondazione Univerde, che ho promosso per diffondere la cultura ecologista, ha avuto non solo il sostegno di ambientalisti come il Centro Turistico Studentesco (CTS) e Marevivo o di istituzioni benemerite come le Capitanerie Di Porto-Guardia Costiera ma anche del principale sindacato delle imprese balneari, il Sib (Sindacato Italiano Balneari).
L'obiettivo di diffondere aree "acquascooter free" dove si usino canoe e mezzi non a motore è risultato condiviso, secondo quanto hanno affermato i rappresentanti del sindacato, anche dalla stragrande maggioranza di chi fa impresa balneare lungo i quasi 8000 km di coste italiane.
Certo questo non vuol dire che sul contrasto ad abusi e cementificazione ci sia la stessa sensibilità.
Occorre ancora operare tanto.
Intanto però questa piccola scelta "acquascooter free" segnala che le imprese iniziano a registrare una sensibilità ecologica crescente nei cittadini.
Infatti quando nel febbraio scorso in occasione della BIT di Milano ho presentato il primo rapporto sul turismo sostenibile realizzato da Ipr-Marketing, appariva evidente come la gran maggioranza degli intervistati preferiva di gran lunga un giro in canoa a quello in moto d'acqua.
In quello stesso rapporto risultava una crescente preferenza dell'opinione pubblica verso scelte etiche ed ecologiche anche per le proprie vacanze, ciò almeno nelle intenzioni che spesso sono migliori delle azioni concrete ma sono pur sempre un indicatore di una tendenza ormai mondiale, anche nel turismo, verso la cosiddetta “Green Economy”.
I nuovi investimenti e le nuove proposte anche in questo settore dovranno confrontarsi con il paradigma della sostenibilità dello sviluppo.
In chiusura vale la pena ricordare che devono essere i mercati ad adeguarsi alla sostenibilità ambientale e non viceversa.